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Dal percorso alla Mostra

Camminando lungo i percorsi che conducono alla visita dei principali monumenti di Akragas greca e di Agrigentum romana passiamo accanto a resti assai meno monumentali e vistosi, che spesso ci appaiono difficili da comprendere e interpretare e a cui rischiamo di rivolgere soltanto un’occhiata distratta. Gli ipogei funerari scavati nel costone roccioso che delimitava la città classica, costituendone la possente cinta difensiva, le tombe a cassa trapezoidale che si estendono su tutta l’area che dal ciglio roccioso su cui si dispongono i maestosi templi greci declina verso Nord, fino all’altezza dell’ingresso dell’ipogeo Fragapane, le arcate che perforano le pareti della cella del tempio della Concordia, sono tutti segni sparsi che difficilmente si riesce a ricomporre in una visione unitaria e a leggere insieme come tracce della profonda trasformazione che investì la città durante i secoli più tardi della sua esistenza nella Valle, prima che essa si ritraesse sulla collina di Girgenti. 

 

Quello che oggi proponiamo è un percorso che conduca i visitatori non solo lungo le vie comunemente frequentate, ma anche lungo i percorsi, meno battuti ma altrettanto interessanti e suggestivi, che attraversano la grande necropoli sviluppatasi tra il IV ed il VI/VII secolo nel settore della città che secoli prima era stato occupato dai grandi templi greci; vogliamo inoltre condurre a guardare allo sviluppo di questa necropoli come a un aspetto di un processo molto più ampio, che coinvolse tutta l’area urbana e che, nel giro di pochi secoli, modificò radicalmente il volto della città. Una città di cui oggi, grazie alle ricerche degli ultimi decenni, conosciamo, oltre alla necropoli, alcuni settori particolarmente significativi, l’antico foro, una parte dell’area residenziale, l’Emporion. I risultati di queste ricerche aiutano a delineare l’aspetto che l’area urbana, perduti via via i connotati della città classica, assume a partire dal IV secolo, in una fase della sua storia che, pur non producendo grandi monumenti e opere d’arte, non è per questo meno interessante ed affascinante.

La lunga storia del riuso dei luoghi antichi

I monumenti che fecero di Akragas la più bella città dei mortali rimasero, alla fine dell’antichità, a sfidare i secoli, alla mercé non solo degli agenti atmosferici, che ne erosero implacabilmente le superfici, ma anche dei cavatori, che asportarono i blocchi, necessari ad edificare le nuove costruzioni del centro urbano di età medievale e moderna. Di tale spoliazione sistematica rimane traccia nei documenti medievali, che parlano di una Cava gigantum nella Valle, definita “città vecchia”, e nei numerosi tagli leggibili lungo i resti della cinta muraria sul lato meridionale. Proprio le mura offrono una singolare testimonianza del lungo uso delle emergenze di calcarenite che in età greca funsero da baluardo della città, sul versante prospiciente il mare. In età paleocristiana, verosimilmente tra IV e V secolo d.C., furono scavate nella roccia, tombe ad arcosolio e camerette funerarie, che alterarono la fisionomia originaria del costone. Nel contempo le numerose cisterne greche a campana presenti nell’area furono riutilizzate come rotonde funerarie ed integrate, attraverso corridoi di collegamento, in strutture sotterranee, le catacombe, più o meno estese ed articolate. 

Il riuso funerario di età tardo antica, oltre a documentare una defunzionalizzazione dei monumenti che fecero di Akragas la più bella città delle strutture difensive ed idrauliche di età greca, attesta verosimilmente un restringimento della città, che non confida più nella cinta muraria per fermare potenziali invasori. Ma tagli, escavazioni ed asportazioni furono eseguiti certamente anche in età successiva, come dimostrano le emergenze rocciose e i resti visibili in più punti lungo le mura, in qualche caso attribuibili a fondi di cisterne, distrutte dai cavatori, che inducono a supporre che lo spessore del costone fosse di gran lunga maggiore rispetto a quello di oggi. Il toponimo “Latomia Mirabile”, attribuito all’area dove sono le camere funerarie presso l’edificio rurale di Casa Pace, pochi metri a Sud del Tempio della Concordia, svela l’attività di cava, durata per secoli. Le fonti archivistiche, gli acquerelli e le fotografie documentano un prolungato uso agricolo della Valle, che lasciò segni evidenti nel paesaggio. I cosiddetti ipogei di Casa Malogioglio, poco distanti dal Tempio di Giunone, sono quattro ambienti scavati nella roccia, originariamente destinati alla sepoltura, e ad un certo momento sfruttati come abitazioni e magazzini, mentre fienili e stalle furono creati all’interno delle camere funerarie della Latomia Mirabile, dove le grandi tombe a cassa furono riusate come mangiatoie.

La Via degli Arcosoli

Sui resti del tratto di mura tra il Tempio di Giunone e quello della Concordia sono visibili alcune sepolture, disposte a più altezze, cosiddette ad arcosolio per la presenza di una nicchia ad arco, secondo una tipologia funeraria riferibile alla prima età cristiana. Violate certamente già in antico e private della lastra di copertura, le tombe, per il loro aspetto singolare, non sfuggirono all’osservazione dei viaggiatori dell’età moderna in visita alla Valle dei Templi, che, pur avendo riconosciuto il carattere funerario di queste evidenze, ne diedero interpretazioni diverse circa la cronologia. Nel XVIII secolo il D’Orville, olandese, attribuisce gli arcosoli al periodo romano, mentre, circa un secolo dopo, il Pancrazi, nella sua monumentale opera dedicata alle antichità akragantine, si stupisce della strana usanza di Akragas di seppellire i propri morti all’interno delle mura, inammissibile in ogni altra città greca, dove lo spazio riservato ai morti si trovava rigorosamente in area extraurbana. Altri illustri viaggiatori, come il barone von Riedesel, l’abate di Saint Non e il poeta Goethe, credono che le sepolture siano dei cenotafi, cioè dei monumenti funerari vuoti. Ancora all’età romana pensano, nell’800, due studiosi, il Serradifalco ed il Politi, per la forma arcuata delle nicchie, mentre Cavallari, direttore delle antichità siciliane, afferma che gli arcosoli sono coevi con i templi greci. Lo Schubring, invece, autore della prima ricerca scientifica sulla topografia della città antica, preferiva non pronunciarsi sulla cronologia. Fu il Picone, nella sua opera Memorie storiche agrigentine, ad inquadrare correttamente le sepolture in età post- antica, seguito dal Fuehrer, che fece la prima importante ricognizione dei cimiteri paleocristiani siciliani insieme a Schultze. Il Mercurelli, infine, nel suo volume dedicato ad Agrigento paleocristiana, pubblicato nel 1948, conferma la cronologia, sulla base dei confronti tipologici con gli arcosoli presenti nell’ipogeo Fragapane.

La città tardoantica: l’abitato

L’ampio settore residenziale della città antica noto come “quartiere ellenistico-romano” mostra, a partire dalla fine del IV secolo d.C., i segni di una crisi profonda: in molte delle ricche case che componevano il quartiere i pavimenti pregiati, in mosaico o in cocciopesto decorato con motivi geometrici, non vengono più restaurati e vengono abbandonati al degrado o addirittura coperti con semplici piani in terra battuta; le grandi stanze di rappresentanza vengono suddivise in ambienti più piccoli, privi di elementi decorativi; piccoli vani vengono costruiti anche nei portici dei grandi cortili colonnati. In un momento forse successivo in molte stanze crollano i tetti, non sappiamo se per un evento improvviso o per la mancanza di manutenzione. Sui crolli si torna però a vivere, anche se in forme molto povere, di cui sono testimonianza dei semplici focolari posti sui piani in terra battuta, segno probabilmente di un drastico cambiamento delle condizioni economiche e sociali degli abitanti delquartiere.Tra V e VI secolo si verifica un ulteriore cambiamento: le stanze vengono riempite con pietrame e terra, in modo da innalzare i piani di calpestio; in questi riempimenti vengono scavate numerose tombe a cassone in pietra, sparse in piccoli gruppi in tutta l’area. L’indagine archeologica delle tombe ha verificato che in ciascuna erano seppelliti numerosi individui, donne, uomini e bambini, in alcuni casi deposti contemporaneamente, in altri a distanza di tempo l’uno dall’altro. Come avviene spesso nelle tombe di quest’epoca, vi erano pochissimi oggetti di corredo: sono state rinvenute soltanto due brocchette, che accompagnavano spesso il defunto per il loro valore simbolico collegato con l’acqua e con il suo valore purificatore. Alcuni defunti portavano poi semplici oggetti di abbigliamento, orecchini e fibule che chiudevano le vesti femminili; al collo di un bambino è stata rinvenuta una collanina di pietre in vetro colorato e monete forate, che avevano per gli antichi un valore protettivo.

L’area del Foro e le sue trasformazioni in età tardoantica

Nello spazio dell’agorà della città greca, in seguito alla risistemazione urbanistica dell’intera area che comportò l’ampliamento verso Nord del terrazzo del bouleutèrion, fu creato un ampio terrazzamento sul quale venne sistemato un nuovo complesso pubblico costituito da un tempio circondato da un portico che si sviluppa su tre lati. La fase iniziale della costruzione del terrazzamento e dell’edifico templare potrebbe essere datata immediatamente prima delle guerre servili del 136-132 a.C. mentre l’abbandono potrebbe risalire ai rivolgimenti che la guerra ha portato nella città; il completamento del tempio insieme ad altre importanti trasformazioni dell’intero piazzale si possono datare al I sec. d.C. All’interno di un triportico che delimitava una piazza di forma rettangolare venne realizzato un tempio costituito da una cella su alto basamento, con podio antistante a cui si accedeva mediante rampe laterali simmetriche. Dai dati ricavati dalle ultime ricerche si desume che i rifacimenti architettonici e le fasi di frequentazione del santuario arrivano fino al IV secolo d.C. Lo spazio viene utilizzato fino agli inizi del V secolo sulle stesse quote di calpestio, con interventi che, in alcuni casi, intaccano gli strati precedenti. A questo periodo infatti risalgono le prime tracce riferibili ad attività produttive e ad allevamento di animali che segnano la fine dell’utilizzo dell’area come santuario. Durante tutto il V secolo l’area del santuario, ormai completamente abbandonato, viene chiusa e utilizzata come discarica, come indica la stratigrafia che subisce un improvviso e rapido innalzamento. Nella discarica vengono gettati materiali di tutti i tipi, residuo sia delle attività domestiche, sia di attività produttive edartigianali che dovevano svolgersi nelle vicinanze. Tra i reperti di rilievo due statue di togati ed una meridiana. Le analisi delle sezioni sottili dell’imponente stratificazione hanno permesso di ricostruire una serie di livelli ripetuti di lettiera e sterco animale, spesso combusto mescolato a spazzatura domestica e anche alcuni resti di metallurgia. Il quadro che ne emerge, certamente ancora preliminare, è quello di una frequentazione “rurale”, sicuramente con stabulazione di erbivori ed il periodico incendio delle lettiere probabilmente per sanificare gli spazi. Le ultime tracce di occupazione del sito sono costituite da un piccolo complesso edilizio che si posiziona in corrispondenza del portico orientale al di sopra degli strati che costituiscono il butto di V secolo. Per i periodi successivi, nell’area non ci sono tracce occupazione. Questo spazio della città dunque, luogo di fondamentale per la stessa vita civica, dopo l’abbandono del complesso sacro, perde la sua connotazione di area pubblica per trasformarsi in uno spazio che continua ad essere sporadicamente frequentato. Utilizzato certamente come discarica, diventa luogo di produzione, come dimostrano i numerosissimi scarti di lavorazione dell’osso rinvenuti negli strati, gli scarti di fornace relativi prevalentemente alla produzione di piccoli contenitori da trasporto, le tracce di metallurgia individuate dalle analisi delle sezioni sottili e forse compatibili con un complesso di strutture costituito da una piattaforma circolare realizzata con pietre che presentano pesanti segni di combustione e diverse vaschette di varia forma rivestite con materiale litico. Con gli spazi produttivi dovevano coesistere piccoli recinti precari destinati ad accogliere animali da allevamento.

Il porto antico di Agrigento

Alla foce dell’Akragas, su una costa caratterizzata da una duna sabbiosa, oggi solo parzialmente conservata, nacque il porto della città antica, detto anche Emporion dalle fonti, che in età medievale si sposterà presso l’odierna Porto Empedocle. Nell’area sulla sponda sinistra del fiume, oggi occupata dal quartiere di villeggiatura di San Leone, sono stati condotti, a partire dagli anni Venti del secolo scorso, brevi e limitati interventi di scavo. La prima campagna di indagini si deve al Gabrici, che, nel 1925, portò alla luce alcune strutture murarie pertinenti a magazzini ed un pozzo. Negli anni Cinquanta, in un’area limitrofa, il Griffo rintracciava ambienti rettangolari e alcune tombe a fossa, con corredo costituito da brocchette acrome e due fibule in bronzo, databili alla metà del VII sec.d.C. Negli anni Novanta sono state rinvenute due sepolture a fossa rivestita da lastre litiche, databili tra il IV ed il V sec. d.C. Recentemente, poi, sono stati messi in luce, sotto uno spesso strato di accumulo sabbioso, due nuclei di necropoli ad enchytrismos, sepolture, cioè, in anfore di produzione africana, databili tra VI e VII sec.d.C. Nuove importanti testimonianze provengono da un’area oggetto di uno sbancamento, che ha rivelato un’interessante stratigrafia dal VII sec. d.C. al VI sec. a.C. 

È stato possibile intervenire con dei saggi eseguiti in un’area contigua, dove è stato messo in luce un acciottolato di età bizantina e delle strutture murarie che coprono un crollo di tegole, riferibile ad una fase precedente. Tra i materiali rinvenuti le lucerne ed un piatto di sigillata africana con simboli del Cristianesimo ed un amuleto bronzeo per la protezione dei neonati. L’Emporion di Agrigento è ricordato da diverse fonti antiche, tra cui, per il periodo bizantino, la Vita del Vescovo Gregorio di Agrigento, scritta nell’VIII secolo dal monaco Leonzio, ma che narra fatti verosimilmente ambientati nel VII sec. d.C. Più volte, durante la narrazione, il testo nomina l’Emporion di Agrigento, distinto, ma strettamente collegato alla città. Qui sorgeva un monastero maschile dedicato alla Madre di Dio. La Vita racconta con grande precisione i viaggi compiuti dal Santo, che attraversa in lungo e in largo il Mediterraneo. Il giovane Gregorio, recatosi alla foce dell’Akragas, avrebbe trovato una nave, diretta a Cartagine, in sosta nel porto agrigentino per rifornirsi di acqua potabile. La nave, su cui si imbarcherà Gregorio, giungerà a destinazione dopo tre giorni, seguendo quella rotta, attraverso cui giungevano i prodotti africani, come la ceramica, rinvenuta in grande quantità durante gli scavi presso la foce. I monaci compagni del santo, partiti da Gerusalemme, dopo una tappa a Tripoli, sbarcheranno a Passararias, presso Plinthias, probabilmente l’odierna Licata, per poi proseguire, dopo qualche giorno, verso Agrigento, dove approderanno all’Emporion, come all’Emporion giungerà il Vescovo su una nave partita da Palermo. Il porto di Agrigento è quindi coinvolto certamente nelle rotte che partono dall’Africa o da Roma, ma è anche la tappa di una navigazione costiera, che assicura i collegamenti anche a breve distanza.

La cristianizzazione: chiese, vescovi, martiri

Ecclesia è il termine latino con cui si indicavano sia gli edifici di culto, sia la comunità dei fedeli che condividono i principi del cristianesimo. L’ecclesia episcopalis è la sede del capo spirituale della comunità, il vescovo, che vi esercita le funzioni proprie del suo ministero. La conversione di gruppi di persone al Cristianesimo e l’istituzionalizzazione di una gerarchia ecclesiastica non necessariamente vanno di pari passo: nel caso di Agrigento abbiamo comunque poche notizie certe sia sui tempi e le modalità della evangelizzazione, sia sulla data in cui fu creata la diocesi ed insediati i primi vescovi. La prima citazione di un vescovo agrigentino risale alla Passione di San Pellegrino, che menziona il vescovo Libertino, martirizzato nella chiesa di Santo Stefano sotto gli imperatori Valeriano e Gallieno (260-268) e sepolto nel foro della città; la realtà storica di Libertino non è però sicura e soprattutto non lo è l’epoca in cui sarebbe vissuto.

 Le prime notizie certe di vescovi ad Agrigento risalgono alle lettere del papa Gregorio Magno (540- 604), che menziona i due nomi di Eusanio e Gregorio. Le notizie delle fonti (la Passione di Pellegrino, le lettere di Gregorio Magno, la Vita del vescovo Gregorio) lasciano intravedere l’esistenza in città di edifici di culto, ma l’unico che conosciamo con certezza è la basilica dei SS. Apostoli Pietro e Paolo, realizzata modificando un tempio pagano che tutti sono concordi nell’identificare con il tempio della Concordia. Il racconto agiografico della Vita del vescovo Gregorio gli attribuisce la trasformazione, che la tradizione data alla fine del VI secolo.In passato si era ipotizzato che un piccolo edificio absidato posto nei pressi del vallone San Biagio fosse una piccola basilica funeraria, nella quale sarebbero state traslate le spoglie dei santi Libertino e Pellegrino, ma è probabile che la costruzione fosse piuttosto un monumento funerario, non necessariamente cristiano. Un edificio di culto doveva sorgere nell’area dell’attuale Villa Athena: il sarcofago e i frammenti di elementi scultorei, attualmente esposti nell’ipogeo di Villa Aurea, provengono infatti da quell’area, dove sarebbero stati individuati anche alcuni resti di muri, che gli studiosi hanno ritenuto appartenenti ad una basilica utilizzata nel V/VI secolo ed attiva ancora presumibilmente nel IX, epoca cui risale la lastra marmorea decorata a bassorilievo con l’albero della vita.

Sviluppo e topografia della necropoli

L’ingresso delle sepolture all’interno dell’area urbana è un fenomeno di grande importanza dal punto di vista urbanistico; gli antichi greci e romani seppellivano infatti rigorosamente all’esterno del perimetro della città, che era nettamente definito dalle mura urbiche, che non soltanto avevano una funzione difensiva, ma separavano in modo netto e fin dalla prima pianificazione la città dalla campagna, gli spazi dei vivi da quelli dei morti. Secondo le ricerche degli ultimi decenni, l’ingresso del cimitero all’interno dell’area urbana di Agrigento sarebbe avvenuto già alla fine del III sec.d.C.; ma già tra il I ed il II secolo anche in un altro settore della cinta muraria, quello di Porta VII, un gruppo di tombe si sovrappone, annullandole, alle mura cittadine. Possiamo forse immaginare che, ridottasi la città di dimensioni rispetto all’enorme estensione che aveva avuto in età greca, anche le mura abbiano, almeno in alcuni tratti, perduto la loro funzione di confine tra dentro e fuori, tanto da venire, nel giro di pochi secoli, divorate anch’esse dall’espansione della necropoli. Il settore cimiteriale sviluppatosi per primo dovette essere quello delle tombe sub divo, cioè a cielo aperto, forse per espansione dalla necropoli romana cd. Giambertoni, fuori dalle mura. Formae, cioè tombe a cassa trapezoidale, scavate nella roccia calcarenitica, sisviluppano su tutta la spianata circostante il tempio della Concordia, tra questo ed il tempio di Ercole e verso Nord, fino almeno all’area circostante il corridoio di accesso alla catacomba Fragapane. Quest’ultimo deve essere stato invece realizzato successivamente, visto che il suo corridoio di accesso taglia alcune delle tombe sub divo. La catacomba Fragapane si apre, come tutta la serie di più piccoli ipogei funerari che si susseguono verso Est, su quella che è stata definita la “via dei sepolcri”, un percorso che attraversa il cimitero in senso E-O, ricavato da un canale di adduzione dell’acqua di età greca. Ipogei funerari sono comunque scavati anche nell’area più a sud, più vicino al ciglio roccioso della collina e sono visibili oggi nel giardino di Villa Aurea. Più complesso definire la situazione originaria del settore più orientale della necropoli, in cui oggi sono visibili numerose tombe ad arcosolio scavate nelle mura della città antica: le profonde trasformazioni intervenute nell’area in epoca successiva rendono infatti assai difficile comprendere come essa dovesse essere organizzata e, tra l’altro, capire quante delle tombe ad arcosolio oggi apparentemente a cielo aperto non fossero in effetti in origine comprese entro ipogei, distrutti poi da lavori di cava, le cui tracce sono ben evidenti.

Le catacombe di Agrigento

L ’archeologo Giovan Battista De Rossi, che per primo avviò, alla fine dell’800, lo studio dei cimiteri paleocristiani romani, definì la Sicilia sorella della Roma sotterranea, per il numero e la vastità delle sue catacombe. Anche ad Agrigento rimangono esempi significativi di questa architettura funeraria ipogeica, cioè sotterranea, opera dei fossori, che cavarono il costone di roccia nel tratto meridionale della cinta muraria tra IV ed V secolo d.C., sfruttando le preesistenti cisterne a campana di età greca come grandi camere sepolcrali, dette rotonde. La catacomba agrigentina più estesa è conosciuta come Grotta Fragapane, nome che, nel ‘700, si riferiva solo alla parte centrale dell’ipogeo, la rotonda III, la sola accessibile, di cui rimangono le raffigurazioni nelle tavole dei viaggiatori del Grand Tour. Alla fine dell’800, su sollecitazione del Picone, vi vengono compiuti scavi e restauri, ripresi, negli anni Quaranta del secolo scorso, da Mercurelli e Griffo. Un ingresso con soglia e stipiti, collegato con il corridoio che attraversa un settore della necropoli sub divo, introduce nella rotonda I, collegata a sua volta da una galleria in origine voltata, alla rotonda III. Ai lati, stretti corridoi conducono ai cubicoli, camerette funerarie, mentre sulle pareti si aprono gli arcosoli, a diversa altezza e profondità, per consentire la sepoltura di più defunti. Tombe a forma,cioè a fossa trapezoidale, sono ricavate pure sul pavimento della galleria, segno di un’occupazione intensiva dello spazio funerario. In alcune nicchie sono ancora visibili tracce di decorazione parietale con motivi floreali e a festone. Dalla rotonda III si diparte verso Sud un altro tratto di galleria, che introduce in un settore della catacomba pesantemente rimaneggiato nell’800. Le due rotonde sarebbero la parte più antica del cimitero, databile nel IV secolo d.C. Sembrano ampliamenti successivi, ad Est e ad Ovest, invece, la rotonda VIII e il cubicolo R, preceduto da un breve ambulacro con ingresso ad arco, dove si trovano grandi sarcofagi. Un terzo nucleo di espansione, all’esterno dell’ipogeo, è costituito dalla rotonda XII, dove sono state rinvenute quattro lucerne di produzione africana databili nel V secolo d.C. Come cappelle delle famiglie cristiane abbienti sono state interpretate le catacombe più piccole che si trovano tra il tempio di Giunone ed il Tempio di Ercole. Anche in questo caso gli ipogei riadattano a scopo funerario le cisterne preesistenti, dove vengono scavati arcosoli, nicchie rettangolari, tombe a cassa e sarcofagi. Della ventina di ipogei individuati agli inizi del ‘900 nella Valle, da Fuehrer, autore, insieme a Schultze, di un’opera sulle sepolture paleocristiane in Sicilia, solo alcuni oggi rimangono in discreto stato di conservazione.

Il rito e la morte

La morte ha i suoi spazi, definiti e protetti, con un rispetto che nasce già prima della storia, dalla comunità che organizza i tempi ed i gesti del lutto. La sepoltura, luogo finale di deposizione del defunto, diviene spazio cerimoniale e di memoria sociale. L’esperienza della morte, diversamente percepita secondo il sistema di valori di riferimento, viene così regolata dai riti funebri, che contribuiscono a ristabilire l’ordine alterato dall’evento traumatico ed a superare la paura ed il dolore derivanti dalla separazione. Ciò è vero anche per le prime comunità cristiane, dove permangono alcuni aspetti della ritualità pagana, ripensati in direzione di quella promessa di eternità intrinseca al messaggio di Cristo. Nel cimitero agrigentino mancano le iscrizioni funerarie, che ci tramandino i nomi dei defunti o la loro classe sociale di appartenenza, mancano elementi di arredo personale, ad eccezione di un piccolo orecchino rinvenuto in una tomba. La tipologia delle sepolture è in genere ad arcosolio o a fossa trapezoidale (forma), mentre i pochi sarcofagi a cassa o la tomba con copertura a bauletto, detta a cupa, possono essere stati appannaggio delle classi più ricche. Secondo gli archeologi la catacomba più grande, detta Ipogeo Fragapane, era destinata alla comunità, mentre le camere funerarie, dette ipogei minori, erano come le nostre cappelle gentilizie. Non è facile cogliere le testimonianze di gesti cerimoniali nel cimitero cristiano di Agrigento. Il rinvenimento di vasellame da mensa in ceramica ed in vetro in prossimità delle sepolture potrebbe essere, secondo gli archeologi, l’indizio del rito del refrigerium, ovvero il banchetto funebre consumato dalla famiglia sulla tomba dell’estinto, idealmente presente durante il pasto. Il termine refrigerium equivale proprio al nostro rinfresco, nel senso di sollievo fisico procurato al defunto mediante riti praticati sul sepolcro, che per i cristiani significava augurio di godimento nell’aldilà. La pratica del banchetto funebre apparteneva già alla ritualità pagana e al culto familiare dei defunti, celebrato durante l’anniversario che coincideva con il giorno della nascita. Al contrario, per i cristiani il dies natalis era quello della morte, che rappresentava la rinascita dell’anima. Sia i romani che i primi cristiani usavano “cibare” il defunto nella tomba, attraverso tubi per introdurre miele, latte vino. Il refrigerium divenne col tempo un rito allargato a tutta la comunità, per commemorare anche i martiri, o come forma di carità pubblica verso gli indigenti. Sono noti eccessi e abusi compiuti durante i conviti funebri, di fronte ai quali la condanna della Chiesa fu aperta, ma senza provvedimenti drastici per timore di un ritorno del popolo alle antiche credenze pagane.

Le catacombe cristiane nell’immaginario collettivo

Il fascino indiscusso di questi recessi sotterranei contribuì ad alimentare il mito delle catacombe come rifugio dei primi cristiani, che qui avrebbero trovato un nascondiglio ed un luogo di riunione al sicuro dai loro persecutori. L’atteggiamento dell’Impero romano nei confronti della nuova religione non fu sempre ostile, ma la letteratura cristiana delle origini non dimenticò i supplizi efferati ordinati da Nerone, Decio, Valeriano e Diocleziano. Le catacombe sono i luoghi eletti dall’immaginario collettivo di una religione cresciuta nel silenzio e nel segreto e dei suoi eroi, i martiri. Fermi di fronte alla lusinga, ma docili di fronte alla morte, sottoposti a raffinati supplizi, emergono dalla storia della Chiesa primitiva, che delle loro sepolture e reliquie ebbe zelante cura. Poco dopo l’editto di tolleranza emanato a Milano nel 313 d.C. dall’Imperatore Costantino, che riconosceva la libertà di culto, Papa Damaso fece eseguire nelle Catacombe romane lavori di restauro, consolidamento ed ampliamento, impedendone la rovina. Dilettandosi di poesia, man mano che rinveniva ed identificava i sepolcri dei martiri e dei vescovi, componeva epigrammi in loro onore e li faceva trascrivere sui rispettivi sepolcri. Spento l’ardore della polemica religiosa tra pagani e cristiani, le catacombe, meta di pellegrinaggi e luogo di venerazione, continuarono ad attirare nei secoli anche visitatori e curiosi. Durante il Grand Tour questi luoghi bui e misteriosi rappresentarono un’attrazione per i nobili europei in cerca di forti emozioni. Circolavano racconti di intere comitive inghiottite nelle viscere del sottosuolo romano o di apparizioni di fantasmi, che caricavano di un’aura di mistero i cunicoli sotterranei, paragonabiliper la loro impenetrabilità al labirinto di Minosse. Bisognerà attendere la fine del XIX secolo perché si risvegli l’interesse storico archeologico nei confronti delle catacombe. Si deve a Giovanni Battista De Rossi il primo studio sistematico dei complessi ipogeici romani. Anche il romanzo storico scelse le catacombe come scenario di storie dei primi cristiani, un genere di letteratura edificante, best seller tra le giovani generazioni. Oltre a Fabiola o la Chiesa delle catacombe scritto nel 1854 dall’inglese Nicholas Wiseman, il romanzo che conobbe più fortuna fu senza dubbio Quo vadis dello scrittore polacco Henryk Sienkiewicz (1896), che ricevette anche il Premio Nobel per la letteratura nel 1905. Splendido affresco dell’età di Nerone, la vicenda riguarda la storia d’amore contrastata e impossibile fra Licia, una cristiana e Marco Vinicio, patrizio romano. Profonde differenze ideologiche dividono i loro mondi, quello pagano, nel suo massimo splendore di gloria e nella sua massima decadenza morale, e quello dei cristiani delle catacombe, fatto di preghiera e amore fraterno. Dal romanzo fu tratto nel 1912 il primo colossal della storia del cinema, diretto da Enrico Guazzoni, con 5.000 comparse, sfarzose scenografie, set tridimensionali (e non solo più teli dipinti) che ricreavano l’antica Roma: due anni di riprese per 2.250 metri di film e due ore di proiezione che codificheranno i criteri per i superspettacoli a venire. Segue poi, nel 1951, il film, diretto da Mervyn LeRoy e distribuito dalla Metro Goldwyn Mayer, girato prevalentemente a Roma, con attori di fama internazionale come Robert Taylor, Deborah Kerr e Peter Ustinov.

I reperti dall’area di Villa Athena

Negli anni ’70 del Novecento, nel corso di lavori di ristrutturazione dell’Hotel Villa Athena, vennero messi in luce i resti di un edificio, interpretato come una basilica a più navate, che inglobava una tomba a cassa litica e nei cui pressi fu rinvenuto un sarcofago strigilato in calcare, di un tipo prodotto a Cartagine nel V secolo. Nella stessa area furono rinvenuti anche pochi altri oggetti, che potrebbero confermare l’esistenza di un edificio di una certa importanza, databile forse alla prima età bizantina. Si tratta di una colonna in marmo bianco; di un pilastrino sormontato da una pigna con incasso su un lato per l’alloggiamento di una lastra di recinzione databile al VI secolo e relativo probabilmente alla recinzione del presbiterio; di un pannello, anch’esso di marmo, con una complessa decorazione lavorata con un rilievo molto appiattito a due dimensioni: al centro si trova una palma da datteri e ai lati due cerbiatti, un leone e una leonessa che allatta un piccolo; fiori di loto e tralci di vite riempiono gli spazi vuoti, un leprotto si trova tra l’albero e la leonessa. Il rilievo, utilizzato forse come fronte di un altare, deriva probabilmente figure e composizione della tradizione orientale, diffuse attraverso la circolazione di stoffe prodotte in ambiente bizantino. Esso, scolpito probabilmente nel IX secolo, rappresenta la documentazione più tarda, al momento, della presenza cristiana nella Valle. Alla luce di questi rinvenimenti si è ipotizzato in passato che nell’edificio al di sotto di Villa Athena potesse essere riconosciuta l’antica cattedrale nella quale, secondo la vita del vescovo Gregorio, questi si sarebbe insediato e avrebbe esercitato il suo ministero prima di essere ingiustamente accusato ed arrestato. Si tratta però di una ipotesi che, considerata l’esiguità dei resti e le modalità del rinvenimento, non può in alcun modo essere provata.

La trasformazione del Tempio della Concordia

Nella storia monumentale ed istituzionale della città cristiana una tappa fondamentale è la trasformazione in chiesa del Tempio della Concordia, che, fino alla fondazione della cattedrale normanna sul Colle di Girgenti, rappresenterà il luogo di culto cittadino più importante. Il riadattamento dei templi pagani è una prassi abbastanza diffusa nell’Impero a partire dall’età tardoromana, che in Sicilia trova attuazione nel VI secolo, probabilmente incoraggiata dalla politica di Giustiniano, come nel caso dell’Athenaion siracusano, trasformato in chiesa cattedrale. L’operazione, ideologicamente ammantata come difesa zelante della vera fede e distruzione dei simboli del paganesimo bugiardo, in realtà, nasceva spesso da valutazioni economiche per evitare il costo oneroso della costruzione di edifici ex novo. Alla trasformazione del Tempio della Concordia si riferisce verosimilmente il testo agiografico di Leonzio, monaco a capo del monastero di San Saba sull’Aventino nell’VIII secolo, che racconta la vita del Santo Vescovo agrigentino Gregorio, vissuto probabilmente alla fine del VI secolo. Fu scelto dal Papa per guidare la Chiesa agrigentina, ma, vittima di un complotto ed accusato di avere avuto rapporti con la meretrice Evodia, fu imprigionato a Roma. Finalmente riabilitato, Gregorio, tornato ad Agrigento, distoglie lo sguardo dall’antica Chiesa, profanata dall’usurpatore Leucio, e guarda verso il tempio idolatrico posto a mezzogiorno. Qui, dopo aver passato la notte in preghiera con tutta la comunità, caccia i demoni pagani Eber e Raps con un esorcismo e consacra la Basilica dei Santi Pietro e Paolo con un episcopio. La struttura originaria dell’edificio templare presenta evidenti modifiche necessarie al nuovo culto, a cominciare dall’ingresso spostato sul lato occidentale e dalla creazione di arcate sulle pareti della cella. Purtroppo, però, la conoscenza esatta dell’impianto della Chiesa di Gregorio ci sfugge, a causa degli interventi radicali praticati nel 1788 dal Torremuzza, che, volendo liberare il tempio greco dalle superfetazioni successive, rimosse quanto apparteneva all’edificio ecclesiale. Sappiamo soltanto che nel XVI secolo Fazello vide nel tempio una Cappella dedicata a San Gregorio delle Rape. Non è chiara, inoltre, la cronologia delle tombe scavate nel pavimento all’interno e neanche delle sepolture presenti davanti alla facciata orientale.

L’abbandono della Valle

La collina di Girgenti, sulla quale si è sviluppata la città medievale e moderna, costituiva una parte importante della Akragas greca: sappiamo con certezza che essa ospitava almeno un tempio, forse dedicato ad Atena, inglobato nella chiesa medievale di Santa Maria dei Greci, e che era fittamente perforata dai condotti idraulici ipogeici che rifornivano d’acqua il centro urbano. Non abbiamo invece nessuna informazione per le epoche successive, ed in particolare per l’età romana, quando la contrazione dell’area dell’abitato, documentata anche nella Valle, e il venir meno delle esigenze difensive, potrebbero aver comportato la rarefazione dell’insediamento sulle due colline che si innalzano sul lato settentrionale della città, se non addirittura il loro abbandono. Non è facile, in questo momento, definire il momento e le modalità attraverso cui l’insediamento stabile abbandonò la Valle, per ritirarsi sulla collina. Le tracce certe di una presenza ancora significativa giungono all’incirca fino ai primi decenni del IX secolo: si tratta di pochi materiali ceramici dal Quartiere Ellenistico-Romano, in particolare di alcune lucerne “a ciabatta”, e della lastra scolpita conalbero della vita dall’area di Villa Athena. La lettura di alcune fonti risalenti all’VIII/IX secolo può suggerire che l’abitato non fosse più unitario e compatto, ma si fosse disperso in piccoli nuclei, anche se mancano al momento le prove archeologiche di questa ipotesi.

Uno di questi nuclei abitativi si può forse riconoscere nel villaggio del Balatizzo, che si estendeva dalla zona di S. Croce all’area a valle delle attuali via Garibaldi e via Dante, dove agli inizi del Novecento fu messo in luce un ampio quartiere di abitazioni scavate nella roccia, con atrio che si apriva su una strada che correva in senso NE-SO e vani che si affacciavano su un cortile posteriore. Le case erano dotate di cisterne, forse, almeno in parte, da interpretare come fosse granarie, utilizzate per la conservazione dei cereali. Il Bonfiglio, che scavò le abitazioni rupestri, ritenne risalissero al V/VI secolo; alcuni oggetti provenienti dall’area, anche se non è più possibile definirne il contesto, possono essere datati tra il VI ed il VII secolo. Tra questi è particolarmente interessante un anello nuziale in oro, oggi conservato al British Museum di Londra, decorato ad incisione con la figura di Cristo che abbraccia una coppia di coniugi.

Amministrazione

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